mercoledì 28 novembre 2018

Il profumo delle foglie di limone di Clara Sanchez


Titolo: Il profumo delle foglie di limone

Autore: Clara Sànchez
Editore: Garzanti
Pubblicazione: 2017
Genere: Romanzo


Trama

Spagna, Costa Blanca. Il sole è ancora molto caldo nonostante sia già settembre inoltrato. Per le strade non c'è nessuno, e l'aria è pervasa da un intenso profumo di limoni che arriva fino al mare. 
È qui che Sandra, trentenne in crisi, ha cercato rifugio: non ha un lavoro, è in rotta con i genitori, è incinta di un uomo che non è sicura di amare. È confusa e si sente sola, ed è alla disperata ricerca di una bussola per la sua vita. Fino al giorno in cui non incontra occhi comprensivi e gentili: si tratta di Fredrik e Karin Christensen, una coppia di amabili vecchietti. Sono come i nonni che non ha mai avuto. 
Momento dopo momento, le regalano una tenera amicizia, le presentano persone affascinanti, come Alberto, e la accolgono nella grande villa circondata da splendidi fiori. Un paradiso. Ma in realtà si tratta dell'inferno. Perché Fredrik e Karin sono criminali nazisti. Si sono distinti per la loro ferocia e ora, dietro il loro sguardo pacifico, covano il sogno di ricominciare. Lo sa bene Julian, scampato al campo di concentramento di Mathausen, che da giorni segue i loro movimenti passo dopo passo. Ora, forse, può smascherarli e Sandra è l'unica in grado di aiutarlo. Non è facile convincerla della verità. Eppure, dopo un primo momento di incredulità, la donna comincia a guardarli con occhi diversi. Adesso Sandra l'ha capito: lei e il suo piccolo rischiano molto. Ma non importa. Perché tutti devono sapere. Perché ciò che è successo non cada nell'oblio.





Un elemento che, innegabilmente, mi ha catapultato ad una riflessione profonda è la differenza di approccio alla tragedia dello sterminio degli ebrei: da una parte un reduce, un sopravvissuto, dall’altra una giovane donna che conosce la storia attraverso documentari, scritti, testimonianze.
Quello che deve restare e che è obbligatorio (non solo legittimo) trasmettere è l’incredulità che tali atrocità siano effettivamente state rese possibili da una macchina perfetta (nella sua drammaticità) come quella del nazismo.
Detto questo, è chiaro sin da una prima rapida lettura della trama che il libro tocchi un argomento che, personalmente, ritengo dovrebbe essere approcciato soprattutto da un punto di vista storico, con grandissimo rispetto, conoscenza e delicatezza.

In questo caso il romanzo tira in ballo una questione un po’ diversa rispetto alla consuetudine: un sopravvissuto cerca due dei suoi carnefici che vivono impuniti, privi di macchia su una coscienza che forse non hanno.
Lo spunto sembra assolutamente buono, positivo e indubbiamente originale, ma non sono stata in grado di apprezzare al massimo la modalità narrativa che emerge pagina dopo pagina, portando in campo due voci narranti: Julian il sopravvissuto e Sandra una giovane donna incinta.
Proprio su di lei è doveroso spendere qualche considerazione: personalità poco convincente, soprattutto se si presuppone di trovarsi di fronte ad una donna matura di trent’anni che sta vivendo il periodo della gravidanza. Quello che, purtroppo, emerge dalle pagine è una ragazza inesperta, insicura, ingenua, titubante e a tratti tendente all'infantile. La sua stessa condizione di maternità, in più di qualche caso, cozza con i suoi atteggiamenti e non garantisce consistenza reale a quella che dovrebbe essere l’indiscussa protagonista femminile.
Diciamo che, in linea di massima, non sono stata in grado di innamorarmi di nessun personaggio: la maggior parte di loro è inconsistente, sfuggevole, eccezion fatta per Julian che, nel complesso, dimostra una buona dignità narrativa, anche se, in più di qualche occasione, si rischia di trovare, nelle sue riflessioni, qualche divagazione di poco conto che non gli rendono pienamente merito (il suo ruolo è pur sempre quello di sopravvissuto alla Shoa e come tale dovrebbe trasmettere il senso pieno e alto dell’esistenza, tralasciando digressioni che denotano una sconfinata leggerezza).

La struttura narrativa è, complessivamente buona, anche se la mole di monologhi è abbastanza cospicua e rischia di appesantire il testo e far inchiodare la lettura. Considerazione completamente diversa per quanto concerne i dialoghi che si palesano in pochissime battute, la maggior parte delle quali piuttosto scarne, pulitissime, quasi un’artificiosa forzatura.
Devo ammettere che la voglia di conoscere e di sapere che cosa accadrà è un elemento che spinge il lettore a proseguire, teso verso una risoluzione finale, un evento in grado di stravolgere la narrazione… Di questo passo si giunge ad un finale che scorre fin troppo veloce, contrariamente a tutto il resto del romanzo, che in più di qualche occasione è stato rallentato dall'esposizione di dettagli dalla discutibile rilevanza.
La scrittura non è attaccabile, ma non è nemmeno pienamente difendibile: scorre veloce senza dare adito a clamorosi esercizi di stile.

Giudizio finale?!? Beh, personalmente resto sempre basita di fronte a narrazioni sulla Shoa fatte da chi l’Olocausto non lo ha vissuto in prima persona. Questo mio approccio non è riconducibile ad una sfiducia nei confronti degli scrittori contemporanei che, sicuramente, (prima di scrivere un romanzo con temi così delicati) studiano, si documentano, apprendono e curano la loro conoscenza, piuttosto il tutto nasce da un senso di profondo rispetto e devozione nei confronti di chi questo inimmaginabile dramma lo ha vissuto veramente.
Se per un attimo mi metto nei panni (convinta di non riuscirci!) di chi ha visto devastata la propria esistenza per opera dei nazisti… Beh, credo che non sarei così felice nel leggere un romanzo che si prodiga a voler narrare qualcosa senza averlo effettivamente vissuto, rischiando (sicuramente, involontariamente!) di minimizzare la realtà dei fatti.

Su questa immane tragedia hanno già scritto molto (mai a sufficienza!), affinché le generazioni presenti e future possano conoscere e mi riferisco a quelle persone che hanno voce in capitolo per scrivere di ciò: Primo Levi, Lia Levi, Elie Wiesel, Aharon Appelfeld, Anna Frank e tanti altri. Con questo non voglio stroncare in pieno il libro, ma credo che si tratti più di un romanzo che di una vera e propria testimonianza e per questo motivo rischia dare poca luce e veridicità ad una situazione tanto tragica.

Consigliato a…
Fatico a consigliarlo, ma anche a non consigliarlo.
Di sicuro va letto pensando di trovarsi di fronte ad un romanzo, non tanto ad un libro testimonianza. Mi spiace… Ma, nonostante il clamoroso successo che in più di qualche occasione ha avuto quest’opera, non sono riuscita ad innamorarmene.








E anche la tappa #Spagna é andata in questa #Readingchallenge2018!!



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