venerdì 15 giugno 2018

Raccontami di un giorno perfetto di Jennifer Niven

Titolo: Raccontami di un giorno perfetto

Autore: Jennifer Niven
Editore: DeAgostini
Pubblicazione: 2015
Genere: Romanzo

Trama

È una gelida mattina d’inverno quella in cui Theodore Finch decide di salire sul tetto della scuola solo per capire che cosa si prova a guardare di sotto. L’ultima cosa che si aspetta però è di trovare qualcun altro lassù, in bilico sul cornicione. Men che meno Violet Markey, una delle ragazze più popolari del liceo. Eppure Finch eViolet si somigliano più di quanto possano immaginare. Sono due animi fragili: lui lotta da anni con la depressione, lei ha visto morire la sorella in un terribile incidente d’auto. È in quel preciso istante che i due ragazzi iniziano a provare la vertigine che li legherà nei mesi successivi. Una vertigine che per lei potrebbe essere un nuovo inizio, e per lui l’inizio della fine…Un romanzo straordinariamente toccante. Una storia che spezza il cuore in tutti i modi possibili.




“Il mondo spezza tutti quanti e poi molti sono forti nei punti spezzati.”

(E. Hemingway)

Esordisce così questo libro, con una citazione di Hemingway che, ammetto l’ignoranza, non avevo mai sentito prima d’ora, ma che credo abbia un indissolubile fondamento di verità.
Il mio approccio critico e riflessivo alla lettura non può che porre l’attenzione sull’interpretazione di questa frase: il mondo spezza tutti (tutti! Nessuno escluso, ognuno viene spezzato a suo modo, costretto a combattere battaglie che spesso vorremmo non ci appartenessero), molti sono forti (per forza!) nei punti spezzati…. E gli altri?
Il delta tra i “tutti spezzati” e i “molti forti” qual è? Non sarà forse quella parte di persone che, di fronte alla vita che li spezza, non riesce ad affrontare il dramma e non è in grado di riadattarsi come vorrebbe o come, più semplicemente, la vita li costringe a fare?!?!?
Credo che la risposta a questa retorica domanda sia facilmente rintracciabile in ognuno di noi, sicuramente, questo romanzo non la dà per scontata e, fin dalle prime pagine, emerge il messaggio che l’autrice intende trasmettere:


“La gente è molto più comprensiva se riesce a vedere la tua sofferenza, e per la milionesima volta nella mia vita vorrei tanto che mi venisse il morbillo, o il vaiolo o qualsiasi altra malattia evidente, in modo da facilitare la mia vita, e anche quella degli altri.”

Si tratta di un chiaro riferimento a quelle malattie che “attaccano” una parte del corpo non visibile: la mente. Malattie che spesso finiscono con l’annullare l’identità delle persone, lasciando spazio solo alla patologia.


“Ascolta, sono io il fenomeno, lo schizzato. Sono io quello problematico. Sono io il violento. Sono una delusione. Non fate innervosire Finch. Ecco, ci risiamo, sta sbroccando di nuovo. Finch il lunatico, Finch l’incazzoso, Finch l’imprevedibile, Finch il pazzo. Ma si dà il caso che io non sia solo un elenco di sintomi. Non sono uno sfortunato risultato genetico o un composto chimico venuto male. Non sono un problema. Una diagnosi. Una malattia. Non sono qualcosa da salvare. Sono una persona.”

Il romanzo propone due voci narranti: da una parte Theodore, un ragazzo che convive con la nomea del “pazzo della scuola” dall’altra Violet che porta dentro di sé il fardello della morte della sorella celando un male di vivere nascosto dietro un’immagine di sé apparentemente inattaccabile.
Entrambi si presentano come una personalità precisa e interessante che suscita la curiosità del lettore, fino a farlo entrare in contatto con due individualità complesse e ben delineate.
I due protagonisti sono diametralmente opposti, tuttavia la loro situazione di disagio psicologico li accomuna al punto da renderli complici.
Theodore in più di qualche occasione copre Violet e, in qualche strano modo, riesce a proporle una via di fuga dal dolore. Tra i due nasce un rapporto di amicizia che, magistralmente, fiorisce in qualcosa di più, grazie ad un progetto che il loro insegnate richiede di svolgere in coppia.

Il libro, si propone come una lunga riflessione sulla vita e sul suo significato, attraverso gli occhi di due adolescenti, le cui vite sono state segante (seppur in modo nettamente diverso) con eventi particolarmente incresciosi che, ancora una volta, ci fanno riflettere sulla grande influenza che ogni fase della vita ha sulla successiva (l’infanzia sull'adolescenza, l’adolescenza sull'età adulta e, per finire, su tutta la vita).
Nonostante la ricchezza della narrazione (inclusa la componente descrittiva) il romanzo non risulta ridondante complice, presumibilmente, la capacità dell’autrice di arricchire il tutto con una buona dose di introspezione dei singoli personaggi. Al contempo ammetto che, a tratti, il libro potrebbe apparire prolisso e poco incline ad un incalzante ritmo narrativo; sicuramente non è uno di quei romanzi che si leggono tutti d’un fiato (almeno per quanto mi riguarda), tuttavia la curiosità di capirne l’epilogo stimola ed incentiva alla lettura.
Forse, il senso di tutto il libro lo si poteva cogliere fin dalle prime pagine e da quella citazione tanto sottile quanto prepotente su Cesare Pavese, morto suicida in un letto di una camera d’albergo, appena cinque mesi dopo aver scritto:

“L’amore è veramente la grande affermazione. Si vuole essere, si vuole contare, si vuole – se morire si deve – morire con valore, con clamore, restare insomma.”
Doveroso un n.b.: la lettura, almeno per la sottoscritta, non è stata esente da momenti di marcata commozione.

Consigliato a…
Chi ha un’inclinazione nei confronti delle problematiche di natura psicologica. Attenzione a non aspettarsi un trattato medico: perché questo è esattamente ciò che non è il libro. Piuttosto è la visione interiore di due anime confuse. Sicuramente un buon libro.




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