mercoledì 13 luglio 2016

Un matrimonio di convenienza di Felicia Kingsley

Un matrimonio di convenienza 
Felicia Kingsley
Self
Genere: romantico
Autoconclusivo 
386 pagine 


Trama:
 
I soldi non fanno la felicità ma possono cambiarti la vita …
Come a Jemma, truccatrice teatrale con un debole per i ballerini latino-americani che vive a Londra, in un seminterrato, proprio sotto ai genitori hippy. La nonna le ha lasciato un’enorme eredità, che potrà ottenere solo sposando un uomo di nobile titolo.
I soldi non fanno la felicità ma possono cambiarti la vita …
Come ad Ashford, dodicesimo Duca di Burlingham, cresciuto negli agi e nel lusso, rispettabile esponente dell’aristocrazia inglese, ambito da tutte le debuttanti, che scopre di essere sull’orlo della bancarotta e con il rischio di perdere il titolo.
Così, due persone che mai sarebbero state destinate ad incrociarsi, si trovano a stringere un accordo: un matrimonio d’interesse, per cambiare la propria vita o per salvare quello che si è sempre avuto.
Ma Jemma è un’estranea nel mondo di Ashford, fatto di formalità, ricevimenti, altezzosi aristocratici e l’odiosa e imprevista suocera, Delphina.
Ashford, che pensava a tutto meno che a sposarsi, si trova come moglie una persona irritante, poco collaborativa, sempre pronta al conflitto e che non perde occasione per metterlo in imbarazzo.
La convivenza si fa sempre più complicata quando Jemma incontra Carter, che sembra essere il principe azzurro che ha sempre sognato.
Se siete abituati alla favola come l’avete sempre conosciuta, questa storia metterà sottosopra tutte le vostre certezze, tra manieri, battute di caccia, amici sociopatici e politicamente scorretti, dischi in vinile e allucinogeni anni ’70.
… E poi, chi è Portia?





Booktrailer: 

 

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 Estratti: 


ESTRATTO1: LA VERSIONE DI ASHFORD
Mi hanno incastrato.
Tutti i miei programmi sono andati in fumo.
Riesco a trattenere a fatica gli spasimi di rabbia, mentre Jemma sale sulla mia auto, diretti a Denby.
L'ho accompagnata a casa, dove ha racimolato in una sacca sportiva le sue cose, l'ha buttata in fondo all'abitacolo e me la trovo accanto, avvolta da una nuvola d’incenso che neanche una fumeria d’oppio di Shangai.
«Abiti lontano?» mi chiede subito lei.
«Dipende cosa intendi con lontano».
«Non lo so, lontano. Lontano normale».
«Lontano è un aggettivo e come tutti gli aggettivi è relativo. Dipende rispetto a cosa» la contraddico io.
«Ma tu non puoi limitarti a rispondere a una domanda? Devi sempre farne un processo?»
«Ho puntualizzato» poi, voltandomi a guardarla, provo un brivido di terrore «Ehi, giù i piedi dal cruscotto, lo rovini».
«Capirai, quest'auto è vecchia!»
Eresia! «Quest'auto è antica. È d'epoca, non vecchia».
Jemma fa spallucce «Come ti pare».
«Non è come mi pare, è così e basta. È una Jaguar XK roadster del 1956. Non sono io a dirlo, è il registro delle auto storiche».
«Perché non ne compri una nuova?» mi chiede lei, petulante.
«Perché mi piace questa».
Sembra non volermi dare tregua «Quanto manca?»
«Vuoi parlare per il resto del viaggio?»
«Come si accende l'autoradio, qui?»
«Stai ferma, lascia fare a me» dico allontanando la sua mano, pericolosamente vicina ai pulsanti.
Come i bambini, appena attacca la musica, si acquieta sul sedile, come ipnotizzata.
Non capisce che vorrei che lei fosse trasparente?
Poco prima di arrivare alla tenuta mi sento in dovere di farle qualche piccola premessa. Non ci vuole un premio Nobel per capire che non ha mai frequentato ambienti di un certo livello.
«Senti, Jemma, siamo quasi arrivati, perciò ti devo informare di alcune cose. Primo, Denby Hall è la residenza di famiglia con il maniero e il parco. Tra custodi, giardinieri, domestici e cuochi, ci sono quasi venti persone. Questo vuol dire che non saremo mai soli, ma ci saranno occhi e orecchie ovunque, quindi è meglio se stai attenta a ciò che dici e non lasciarti sfuggire niente. In secondo luogo, non ti mancherà nulla e sarai sempre servita e riverita, potrai condurre una vita più che agiata di cui non avrai nulla da lamentare. Ti chiedo solo di essere discreta, di non fare scenate e, per quanto tra di noi non corra buon sangue, cerca di tenere un profilo neutrale. Non contraddirmi apertamente o cercare confitti, ne andrebbe della credibilità della storia che abbiamo messo in piedi. Funzionerà se io rispetto il tuo spazio e tu il mio. Spero di trovarti d'accordo con me».
Incrocio le dita sperando che abbia compreso il mio discorso.
«Sì, sì, ho capito la storia della servitù e tutto il resto ma, ehi! Io non faccio scenate, per chi mi hai preso?»
Non ho la forza per rispondere.
Jemma invece sembra punta sul vivo «Senti, giochiamo a carte scoperte: tu non mi piaci, io non ti piaccio e, per come la vedo io, ti sto facendo un favore, per cui se la smettessi di farmi prediche, lo gradirei tantissimo».
È una guerra persa in partenza.
Quando entriamo alla tenuta, per tutto il vialetto, fino all'ingresso, Jemma tiene la faccia schiacciata contro il finestrino «Accidenti ma questo posto è tutto tuo?»
«Già».
«Ma quanto ci vuole a girarlo tutto?»
«Giorni».
«Stai tranquillo, Ashford, se sei di così poche parole, non c'è nessun pericolo che tu ed io litighiamo».
Quindi, la tecnica è questa? Mutismo assoluto?
Lascio le chiavi dell'auto a Paul perché la porti nella rimessa, e Jemma ed io siamo accolti da Lance.
«Sua Grazia, bentornato. Vedo che ha un'ospite».
Metto su la mia famigerata faccia di bronzo, che negli ultimi giorni ho imparato a sfoggiare con naturalezza «Ti correggo, Lance. Non si tratta di un'ospite, ma una persona che è qui per restare. Si tratta di Jemma Pears, mia moglie».
«Dunque, erano vere le voci che ho sentito?»
«Assolutamente sì» confermo spavaldo.
«Se è così, allora do il benvenuto anche a Sua Grazia, la Duchessa» così dicendo fa un breve inchino nella direzione di Jemma.
Lei non coglie e si volta a destra e a sinistra guardandosi alle spalle «A chi?» bisbiglia a me.
«Tu, sei tu» le sussurro di rimando.
«Ah, d'accordo» dice lei tendendo la mano a Lance «Tanto piacere».
Lance la guarda stordito, poi guarda me con aria interrogativa, per sapere cosa fare.
Gli faccio un cenno con la testa, così che anche lui stringe la mano di Jemma.
«Posso occuparmi del suo bagaglio, se Sua Grazia permette?»
«Preferirei di no, sono le mie cose e voglio sapere dove vanno a finire. L'ultima volta ho dato il mio beautycase a una hostess e non l'ho più ritrovato. Preferirei non cascarci di nuovo».
«Non siamo in un aeroporto, Jemma» le faccio notare.
«Fa lo stesso, la mia roba va dove vado io».
Se l'inizio è questo …
Siamo colti di sorpresa da un rumore di tacchi in cima allo scalone e una voce fin troppo famigliare mi colpisce l'orecchio.
«Ashford, hai caricato un’autostoppista? Non lo sai che sono tutti psicopatici con precedenti penali?»
Mia madre ci osserva dall'alto come se fosse Dio sceso in terra.
«Mamma! Non dovresti essere in viaggio per Bath?» chiedo sul chi va là.
«Camiciadiforza» bisbiglia Jemma.
Mia madre attende di scendere le scale e trovarsi davanti a noi prima di rispondere «Ho pensato che non sarebbe saggio lasciare la tua nuova moglie ad ambientarsi alla tenuta da sola, con la visita reale alle porte. Ho deciso di restare per istruirla sui suoi compiti e doveri. A proposito, per quando la attendiamo?» fa una breve pausa e poi guarda Lance indicando Jemma «Lance, accompagna la nuova stalliera da John, così la può mettere subito al lavoro».
«Mamma, ti presento Jemma, mia moglie» le comunico impassibile.
Il viso perfettamente stuccato di mia madre va in frantumi. Ha appena realizzato che ha di fronte non la stalliera, bensì la nuova Duchessa di Burlingham.
«Salve» è la battuta di entrata di Jemma.
Mia madre la guarda allibita senza dire nulla.
Persone di rango inferiore la salutano con un inchino accennato, mentre i borghesi fanno un inchino completo. Jemma, a testa alta, le tende la mano sorridendo spavalda.
«Ashford …» inizia mia madre senza sapere come continuare.
«Sì, mamma?»
«C'è molto, molto lavoro da fare, qui» la sua voce è e controllata a stento.
«Mamma …» cerco di anticiparla, sapendo che la parola sbagliata potrebbe trasformare Jemma in una bomba a orologeria.
«È più che ovvio che non ha idea del ruolo che ha, della posizione della nostra famiglia, delle consuetudini da tenere in società e Dio sa cos'altro. Temo che si rivelerà un vaso di Pandora. Ashford, la tua è stata una scelta pericolosa».
«Fate pure come se non ci fossi!» ironizza Jemma.
«Certo che sì» è la risposta glaciale di mia madre.
«Forse, mamma, non è l'atteggiamento giusto per affrontare la cosa».
«La aspetto nel mio studio per esaminarla» detto questo, mia madre gira i tacchi e se ne va.

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 ESTRATTO 2:LA VERSIONE DI JEMMA
C’è stata grande agitazione in casa per la mia prima uscita ufficiale: il primo incontro del campionato di Polo al quale partecipa la squadra di Ashford. E quando dico “di Ashford”, intendo che lui è niente meno che il capitano. Potrebbe mai ricoprire un altro ruolo? Certo che no, non mi stupisce che una persona come lui debba essere nella posizione di comandare e impartire ordini agli altri.
Io parteciperò in veste di amorevole mogliettina che segue la partita in prima fila.
«Come Victoria quando andava alle partite di David Beckham?» ho chiesto a colazione.
«Ovvio che no! Non ti vestirai certo come una volgare parvenue alla quale è stato appiccicato un titolo nobiliare da un giorno all’altro!» è la risposta disgustata di Delphina.
Non volevo mica offendere nessuno, cercavo solo di farmi un’idea!
«Ho fatto preparare un tailleur perfetto per te, e naturalmente cercheremo di acconciarti i capelli in modo che quella tinta fuxia non dia nell’occhio».
Eccomi qui, nel “tailleur perfetto per me”. Sarà almeno due taglie in più, declinato in tutte le sfumature del porridge! Bleah!
Anche il reggiseno è uno di quelli contenitivi a fasce incrociate, perché non sia mai che si capisca che sono una donna.
Le scarpe sono tremende: delle ballerine che ho visto in giro solo ai piedi di gruppi di ordini religiosi.
Mi guardo allo specchio, con i capelli appuntati in una crocchia sulla testa, e sbuffo sconfortata. Non voglio crederci che mi tocchi davvero andare in giro così.
E invece sì. Quando l’auto si ferma per fare scendere me e Delphina al club del polo, mi sento morire dentro nello sbirciare un’ultima volta in mio aspetto nello specchietto retrovisore.
È una bella giornata di sole e ci ripariamo sotto enormi tendoni; niente roba da circo, sono eleganti gazebo di ferro battuto con drappeggi di strati e strati di lino e organza immacolata.
Ci sono gruppetti di persone riuniti intorno a salottini di vimini sparsi qua e là e camerieri che sciamano intorno offrendo calici di champagne e frutta fresca.
Delphina sembra conoscere tutti e sventola la mano a destra e sinistra e ogni volta che gira la testa, devo evitare di essere urtata dalle larghe tese del suo cappello.
Vogliamo parlare dei cappelli? Le donne hanno tutte in testa dei monumenti! Anche il mio è impegnativo e fino a un secondo fa mi sentivo una perfetta imbecille con questo canotto scala uno a uno in testa che mi scivola da tutte le parti, ma ora mi rendo conto di essere addirittura tra quelle più modeste.
Prendiamo posto in uno dei divanetti a bordo campo circondata dalle cariatidi amiche di Delphina. Se non altro Lady Davenport e Lady Valéry sono molto cortesi nei miei confronti e appena il gran duca Neville viene a salutarmi, loro si agitano tutte sulla sedia.
«Jemma cara, che onore! Il Gran duca è venuto a salutarti di persona!» cinguetta Lady Davenport.
«E ti permette di chiamarlo Cedric!» le fa eco Lady Valéry.
«La nostra Jemma ha questa innata dote di farsi adorare dal primo istante» commenta Delphina con un sorriso falso «Il Gran Duca ha sempre avuto molto rispetto per la nostra famiglia, ma da quando Ashford ha sposato Jemma, potrei addirittura azzardare che siamo ancora più uniti di prima. Ah, sì, il Gran Duca Neville è davvero un uomo squisito».
Delphina si scioglie in sproloqui sul Duca Neville che, a dire la verità, non l’ha nemmeno salutata. Mi domando come tutte queste balle risultino credibili.
«A proposito di Ashford! Non lo abbiamo ancora visto!» dice Lady Valéry guardandosi intorno.
«Non siamo venuti assieme. Lui è arrivato prima per preparare il suo cavallo nelle scuderie».
Ecco la mia occasione per sganciarmi! «Se non vi dispiace, andrei a chiamarlo, così può passare per un saluto prima di scendere in campo!»
Lady Davenport batte le mani «Che magnifica idea».
Chiedo a un valletto di indicarmi le scuderie e lì vi trovo un viavai di uomini che si affaccendano intorno ai cavalli.
Da un box sento l’ormai famigliare voce di Ashford e mi fermo sconcertata: è la mia immaginazione o sta ridendo? Mi sporgo all’interno del box e ho la conferma: sta proprio ridendo.
È in compagnia di qualcuno, ma non riesco a vedere perché è dall’altro lato del cavallo.
Appena mi nota Ashford smette di ridere e schiarendosi la voce mi saluta, rigido come al solito « Jemma. Sei arrivata».
Wow che spirito di osservazione!
«Già, sono venuta a cercarti. Le signore al tavolo volevano vederti prima che scendessi in campo».
Da dietro al cavallo sbuca un ragazzo della stessa età di Ashford, con i capelli biondo scuro spettinati (quel genere di spettinato che ci vogliono ore per ricreare alla perfezione), occhi azzurro-grigi e aria sbarazzina.
«La sposina nuova di zecca di Parker, presumo» il ragazzo viene verso di me e mi stringe la mano «Kenneth Harring, Kid per gli amici. O Harring. O fortunato bastardo per chi mi odia».
Non riesco a trattenere una risata «Io sono Jemma».
Poi si volta verso una ragazza che attraversa la corsia tra i box con un pony «Ehilà, ci siamo fatte belle oggi?»
La ragazza arrossisce «Non ho niente di diverso da ieri sera»
.«Parlavo della cavalla …» ribatte Harring.
La ragazza lo guarda con occhi stretti a fessura «Che bastardo».
Guardo Ashford e Harring a turno senza capire, poi Ashford mi risponde «Harring è un consumato playboy senza alcun freno inibitorio».
«Con una particolare predisposizione per le battute crasse, volgari e politicamente scorrete» puntualizza l’amico.
«Siamo amici dai tempi del collegio, e poi di Oxford e di tutto quello che ci sta in mezzo».
«Non sei vestito da polo» osservo io.
«Vorrai scherzare! Sono un pilota di Formula Uno, non posso rischiare di cadere da cavallo e rompermi un polso» obbietta aggiustandosi la giacca color cachi sul completo di lino bianco e abbassandosi gli occhiali da sole.
«È una delle tante contraddizioni di Harring. A ogni giro del circuito corre un rischio del venti per cento di morire, però si preoccupa di cadere da cavallo».
«Il rischio è mio, no, Parker?»
«Tutto tuo e te lo lascio».
«Bene, quindi questa è la tua Jemma! Non ha l’aria di una Londinese se devo essere spudoratamente sincero».
Con Harring mi sento libera di parlare con franchezza «A sua madre non sta bene il mio aspetto e ha tentato questa penosa operazione di trasformarmi nella sua versione più giovane» così dicendo sfilo le forcine dai capelli lasciandoli cadere sciolti sulle spalle «Come non riesce a digerire questi» indico le punte fuxia.
«A Delphina sarà venuto un infarto!» commenta Harring osservando le mie ciocche.
«Purtroppo no» risponde Ashford.
Uno squillo di trombe chiama i giocatori in campo «La partita sta per iniziare» osserva Ashford.
«Visto che tu non giochi, potresti unirti al gruppo dei matusa per aiutarmi ad abbassare l’età media» chiedo a Harring. È simpatico e penso che potrebbe raccontarmi degli aneddoti imbarazzanti e senza filtri su Ashford.
«In verità avevo in mente qualcosa di diverso» dice allungandosi a guardare qualcuno alle nostre spalle «Alicia Trahern è proprio gnocca, oggi!»
Ashford lo guarda con aria scettica «La Trahern? Ma hai sempre detto che ha delle orecchie a sventola grandi come parabole!»
«Ma oggi ha i capelli sciolti» e così dicendo Harring scivola in mezzo alla folla di spettatori.
Ashford fa spallucce «Questo è Harring».
Mentre Ashford entra in campo con la squadra ed io cerco di raggiungere il mio simpatico reparto geriatrico, incappo in uno squadrone di ragazze che avrà circa la mia età e … Oh mio Dio, vorrei sparire!
Quella stordita di Delphina mi ha fatto credere di dover andare in giro avvolta in tappezzeria stinta mentre tutte queste ragazze sono vestite in abitini di seta e chiffon colorati, corti e anche aperti sulla schiena, con gonne a balze svolazzanti: sembra di guardare una prima pagina di Vogue!
Quando si accorgono della mia presenza tra di loro, si allargano in cerchio e io mi trovo al centro.
«Lady Burlingham, suppongo. La nuova padrona di Denby Hall» dice la più alta guardandomi «Sophia Skyper-Kensitt. Conosco Ashford da una vita» mi squadra di nuovo «Che scelta stupefacente!»
«Singolare» le fa eco un’altra «Eravamo tutte impazienti di poter incontrare la nuova Duchessa».
«E che look delizioso» aggiunge una terza.
«Anche voi state davvero benissimo. Ho visto degli abiti simili in saldo da Selfridges».
Si ammutoliscono e Sophia (credo) dice «Non vado da Selfridges. Questo è opera del mio sarto».
Le guardo spaesata e vacillo: non voglio tornare dai nonni. Voglio stare qui con queste ragazze e parlare di moda e feste.
«Oh, beh, allora potremmo seguire insieme la partita, che so, fare quattro chiacchiere, magari mi consigliate un bravo sarto, così al prossimo ricevimento potrò stare in compagnia anche con chi non ha vissuto la prima guerra mondiale!»
Sul viso di Sophia si dipinge un’espressione di avvilimento puro «Il nostro palco è al completo, di solito manca sempre qualcuno ma oggi è la prima di campionato e sono venuti T-U-T-T-I» scandisce con forza «Non c’è posto nemmeno per un cane. Di piccola taglia, per giunta» e tutte le altre attorno a lei ridono come se avessero sentito la battuta del secolo.
Ma era un’offesa?
«Allora speriamo nella prossima occasione» dico sistemandomi di nuovo l’odioso cappellone che mi scivola sulla fronte.
«Non vediamo l’ora» rispondono avviandosi verso il loro palco.
Io torno dai miei vecchietti.
Per tutta la partita sento il reggiseno sganciato pendermi sulla schiena, provocandomi un fastidio allucinante, ma non posso certo sistemarmelo qui, così appena finisce il primo tempo, scatto verso i bagni.
Chiusa nel cubicolo della toilette mi sfilo giacchetta e camicia nel tentativo di riallacciare il gancetto. Maledizione a Delphina e i suoi reggiseni contenitivi della misura sbagliata. Mentre lo sfilo per accorciare le spalline sento la porta della toilette che si apre accompagnata da rumore di tacchi e risatine.
Come diavolo si chiama quella scopa secca dalla stretta di mano molliccia che avevo conosciuto prima? Sophia. Sì deve essere lei, riconosco la sua voce dall’impostazione studiata, e probabilmente è in compagnia di qualcun’altra di quelle bamboline di porcellana che erano al suo seguito.
«È valsa la pena venire solo per vederla. È uno spettacolo!»
«Un fenomeno da baraccone, vorrai dire!» dice una seconda voce sconosciuta.
«O un’esemplare da zoo!» fa eco una terza.
Cerco di trattenere una risata, pensando all’ignara vittima dei pettegolezzi.
«Sul serio, ma l’aveste vista come cammina? Ciondola come se si stesse riprendendo da una sbornia!»
«Per non parlare del vestito! Si vede lontano un miglio che l’hanno obbligata a indossarlo. Si agita come se volesse scrollarselo di dosso!»
«Credevo che Ashford avesse gusti più elevati di così. Quella Jemma è decisamente ordinaria!»
«Scommetto che non parla nemmeno francese! O tedesco!» commenta in aggiunta una voce più stridula.
Rendendomi conto di essere il bersaglio delle loro frecciatine, il riso che stavo trattenendo a stento muore sulle mie labbra. Dio, che rabbia che sento montarmi dentro! Vorrei andare la fuori a dirgliene quattro, prenderle per l’acconciatura e smontagli quelle impalcature che chiamano cappelli. Sì, se fossimo allo stadio, risolveremmo le cose a modo mio. Se solo avessi i miei vestiti, potrei difendermi. Invece ho addosso questo sacco che m’imbarazza a morte e mi trovo addirittura a dover dar loro ragione: sì, l’hanno scelto per me e sì mi hanno obbligato a indossarlo. Sì, non parlo il francese e nemmeno il tedesco. Ma non sono così stronza come voi!
Il chiacchiericcio e le risatine sono interrotte dall'apertura improvvisa di una delle altre toilette, e una quarta voce estranea s’intromette «Sai Linda, ho avuto il dispiacere di aver a che fare con il tuo tedesco sia oralmente che per iscritto e sei alquanto carente in entrambe le versioni. Per quanto riguarda il tuo francese non mi pronuncio. È la mia lingua madre per cui sarebbe un confronto impari».
Le tre pettegole ammutoliscono mentre dopo un breve scroscio d'acqua e la vaporizzazione della ventola asciugamani, la quarta persona sembra uscire dal bagno.
«Ci mancava solo quest’altra mangiabaguette».
«Cècile Loxley è una delle persone che vorrei fossero inghiottite dalla terra su cui cammina. Quella Jemma no, almeno lei fa ridere. La moglie inadeguata di Ashford Parker!»
Deglutisco a fatica, facendo tanto d’orecchi per sentire il resto della conversazione, ancora seminuda nella toilette, con il reggiseno sul coperchio del water e le braccia strette contro il petto.
«Io avrei detto che si sarebbe sposato con Portia» commenta una.
«Sì, beh, tutti lo pensavano».
«Io avevo parlato con Portia prima di Natale ed era fiduciosa che Ashford si sarebbe proposto entro la primavera!»
«Beh, non è stata abbastanza svelta. La pescivendola è arrivata prima di lei.»
«Era una truccatrice teatrale, credo» commenta l’altra.
«Non fa differenza» dice Sophia con noncuranza «Piuttosto, visto che Ashford non è più roba di Portia, lasciatemi dire una cosa» il suo tono si fa notevolmente più basso «i suoi pantaloni da polo sono così aderenti da non lasciare nulla all’immaginazione! Si vede tutto e, accidenti s’è dotato! Ce n’è da divertirsi lì!»
Il gruppo esplode in una risatina isterica.
«Quanto ben di Dio sprecato».
«Scommetto che quella Jemma non saprebbe neanche da che parte cominciare!»
«Perché? Tu sì?» chiede una delle stronzette.
«Mi stai sfidando, Linda?» è la risposta maliziosa di Sophia.
Sento le mie guance infiammarsi. Quelle tre trovano Ashford attraente! Anzi, gli hanno esaminato spudoratamente il pacco!
Ora mi è tutto chiaro: ecco il perché di tutte quelle donne alle partite di polo, e tutte dotate di binocolo. Non è per la competizione, ma per sbirciare le dotazioni dei giocatori attraverso i pantaloni aderenti!
Torno al mio posto appena la via è sgombra. Scruto la platea di spettatori sotto il tendone. Sophia e il suo codazzo di arpie sono assiepate alla staccionata con il loro plotone di snob, a bere champagne e ridendo, probabilmente di me.
Io invece sono confinata in mezzo ai reperti del British Museum che ogni due parole fanno battere le dentiere come nacchere.
Il secondo tempo comincia dopo pochi minuti, accompagnato dagli applausi del pubblico per l’entrata dei giocatori. Contro ogni pronostico seguo la partita con molto più interesse. Se durante il primo tempo avevo contemplato il cielo con aria distratta, ora sono concentrata sul gioco, in particolare su Ashford. Lo osservo cavalcare sicuro, l’unico in piedi sulle staffe, le redini in una mano sola, la mazza nell’altra, cambiare direzione con piglio scattante e tendersi sulla sella per
colpire. È mio marito, ma non avevo mai fatto caso a lui come uomo, né al fatto che le altre donne lo trovassero interessante. O attraente. O sexy! E soprattutto, conoscono la consistenza della sua dotazione meglio di me.
Lady Valéry siede accanto a me, con il bastone da passeggio nella mano sinistra e il binocolo nella destra, presa dal match, le labbra serrate non tanto per la concentrazione quanto per trattenere la dentiera.
«Mi scusi Lady Valéry, potrei chiederle un favore? Potrebbe prestarmi il suo binocolo solo per un attimo?»
«Oh ma certo, cara» dice passandomi l’asticella argentata con un occhiolino d’intesa «E complimenti, ragazza mia!»
A match terminato me ne sto a fare da tappezzeria all'angolo del gazebo dove è stato allestito il rinfresco. Almeno questi pomposi sono insuperabili nei banchetti! Quelli ai quali vado di solito, o sono per le inaugurazioni dei negozi dove devo fare a pugni per conquistare due tartine massacrate, o negli aperitivi dei bar dove per mangiare devo ordinare almeno un cocktail da dieci sterline e servono gli avanzi tagliuzzati e scaldati dei panini avanzati dal pranzo. Non capisco come mai nessuno qui approfitti del buffet! Forse hanno già mangiato a casa.
Ashford è alle scuderie a far preparare il suo cavallo perché venga riportato al castello, così, nell'attesa, depongo il bicchiere vuoto di vino bianco sul vassoio e ne prendo un altro. A parte mangiare e bere non è che ci sia molto da fare, nessuno mi parla e con il giardino della terza età mi sento patetica.
Poi una mano mi sfiora la spalla e sento una voce, la stessa che ho sentito nel bagno mentre quelle tre pettegole sparlavano di me «Jemma»
Mi volto lentamente, circospetta «Sì?»
«Cècile Loxley» si presenta la ragazza che sta di fronte a me. Ha vaporosi capelli rosso ramato, carnagione chiarissima, zigomi alti, occhi grigi grandi e penetranti, fisico atletico e, cosa strana, un sorriso sincero. Ed è l’unica presente vestita di scuro. Abito color canna di fucile e cappellino con veletta.
«Jemma Pears, ehm Pa … Pa … Parker» balbetto inspiegabilmente.
«Dimmi, Jemma Pa-Pa-Parker , quanto tempo sei rimasta chiusa nel cesso ad ascoltare le malignità delle “sei-sei-sei”,?»
«Eri tu, nel bagno poco fa?»
Lei alza un sopracciglio, come se avessi fatto la domanda più scontata del secolo «Tu che ne dici?»
«Le “sei-sei-sei”? Cosa vuol dire?» domando senza capire.
«Sophia Skyper-Kensit, Linda Rickson e Julia Bromley. Nate rispettivamente il sei aprile, sei giugno e sei luglio. Per me molto più comodo riassumerle in “sei-sei-sei”».
Il numero di Satana! A quelle tre sta proprio bene!
Mentre cerco qualcosa da dire all'unica persona che sembra contenta di rivolgermi la parola spontaneamente, Cècile fa cenno a qualcuno alle mie spalle, dopo di che prende un bigliettino dalla borsa e me lo piazza in mano «Qui c'è il mio numero. Casa e cellulare. Fatti sentire in questi
giorni. C'è anche l'indirizzo ma non passare senza preavviso, rischi di non trovarmi in casa! Ora devo andare, a presto»
Se ne va ed io resto lì, impalata, a contemplare l'elegante cartoncino ruvido color papiro vergato a lettere smaltate in rilievo e simbolo araldico.
Cècile Margaux Loxley
Marchesa di Hungeford
Foweyard Manor –Upton Hill - Glouchester
Olstrom House –Greeley Road – Hertfordshire
2, Hannover Square – Londra


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2 commenti:

  1. Ciao, sembra molto carino questo romanzo :-)

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    1. si infatti ✿♥‿♥✿ ho aggiunto da poco due estratti che mi ha inviato la scrittrice ✿♥‿♥✿

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